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Fotografia sacra contemporanea: il linguaggio del silenzio
30 aprile 20266 min

Fotografia sacra contemporanea: il linguaggio del silenzio

La fotografia sacra contemporanea non è più icona. È una pratica del togliere: del silenzio, del volto come soglia, della luce che precede la parola. Note di lavoro.

Sacro non vuol dire religioso

La parola "sacro" oggi spaventa o annoia. Spaventa perché evoca un codice (l’iconografia) che la storia dell’arte ha consumato fino in fondo: aureole, croci, gigli, libri aperti. Annoia perché sembra appartenere a un mondo finito, dove qualunque immagine "sacra" è già stata fatta meglio mille anni fa.

Ma il sacro non è il religioso. Il sacro è la qualità di sospensione che certe immagini, certi gesti, certi volti, hanno indipendentemente dall’iconografia. Una donna che prega a Bologna nel 2025 e una Madonna del XV secolo condividono qualcosa che non è la veste, non è il velo, non è il rosario: è il modo in cui il tempo si ferma intorno al volto.

Il volto come soglia

Nella fotografia sacra contemporanea il volto è la struttura portante. Non il volto come ritratto (non si tratta di restituire la somiglianza) ma il volto come soglia. Il volto, in particolare gli occhi chiusi o semi-chiusi, è la più potente immagine di interiorità che la fotografia abbia mai prodotto.

Lavorare sul volto significa lavorare sull’assenza dello sguardo che ricambia. Un soggetto che non ci guarda è un soggetto che ci permette di guardare a lungo. Tutta la pittura sacra ha imparato questo prima della fotografia: gli angeli di Beato Angelico non ti guardano mai negli occhi.

Il silenzio è una scelta tecnica

Il silenzio in fotografia non è solo un’atmosfera. È una serie di decisioni tecniche.

Eliminare il dettaglio non essenziale: campitura larga di nero, dietro un volto in luce singola, è una scelta che cancella il mondo. Lavorare con un solo punto luce significa eliminare ombre concorrenti, semplificare la scena in una geometria di chiaro e scuro che assomiglia molto da vicino alla pittura barocca religiosa.

Lavorare in bianco e nero significa togliere il colore (che è sempre, anche quando è cupo, una forma di rumore. Il colore racconta dove siamo. Il bianco e nero racconta solo cosa siamo.

La luce che precede la parola

Esiste una qualità della luce che, quando entra in una fotografia, sospende il discorso. È una luce che non illumina: rivela. Non viene mai dall’alto come la luce del giorno) viene dal fianco, leggermente dal basso, come una candela posata su un tavolo.

Tecnicamente è una luce a basso angolo, sorgente piccola, con grandi zone di caduta nell’ombra. Pittoricamente è la luce di Caravaggio, di Latour, dei pittori di nature morte spagnoli del Seicento. Fotograficamente è la luce con cui si lavora quando si vuole che un’immagine non venga vista, ma ascoltata.

La pratica del togliere

Tutta la fotografia sacra contemporanea che funziona si basa sulla stessa pratica: togliere. Togliere dal frame ogni elemento che non sia necessario; togliere dal soggetto ogni gesto che non sia inevitabile; togliere dalla post-produzione ogni effetto che non serva.

È una pratica difficile perché contraria a tutto quello che la fotografia digitale incoraggia: aggiungere dettaglio, alzare il dynamic range, recuperare ombre, esaltare i micro-contrasti. Una fotografia sacra fatta con HDR è una contraddizione in termini.

Le opere che mi hanno insegnato

Tre riferimenti che tengo presenti.

I ritratti tardi di Mario Giacomelli, dove i volti dei seminaristi sono macchie nere su bianchi sovraesposti (sembra un errore, ma è l’esatto modo in cui un volto può uscire dalla sua identità.

Le nature morte di Josef Sudek, fotografate dal davanzale della stessa finestra per quarant’anni: una pratica che insegna che il sacro non è dove vai, è quante volte torni nello stesso posto guardandolo davvero.

I corpi di Sally Mann nelle terre del sud degli Stati Uniti, dove la pittura sacra del Seicento incontra la fotografia del Novecento e si capisce che non era mai stato un genere finito.

Cosa cerco quando lavoro

Quando lavoro a un’immagine in questo registro, cerco una cosa sola: la sospensione del tempo. So che ci sono arrivato quando guardando la stampa per la decima volta non posso più dire da quanto tempo è stata fatta. È il momento in cui l’immagine smette di essere una fotografia e comincia ad essere) anche oggi, anche fuori da una chiesa, una piccola, paziente forma di silenzio.

Tag

fotografia sacraarte contemporaneaspiritualitàbianco e nerosilenzio

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